Ciao! Sono Irina Ganiceva

Per descrivermi uso le parole di Chiara Santagada che così bene hanno catturato la mia essenza.

 

La biografìa di un artista autentico non dovrebbe contenere date. Il tempo dell’arte, come pensava già Василий Васильевич Кандинский (Vasilij Vasil’evic Kandinsklj), ha poco a che vedere con i tempo comune. L’artista, sembra, nasce vecchio e per contro rimane bambino per sempre, perché è capace di vedere – nel dettaglio e nell’insieme – ciò a cui gli altri sono spesso ciechi o almeno ipovedenti.
La biografia dell’artista deve però contenere luoghi, perché – sempre con Kandinskij – il suo compito precipuo è far sentire a chi non c’era come se ci fosse stato, in un eterno presente che è anche un ovunque. Può trattarsi di luoghi dell’anima: vette, alture, bassure, abissi. Ma se sono invece luoghi geografici probabilmente è meglio: essi sono fisici, in essi si sta totalmente, anche con il corpo, che attraverso i sensi trasmette all’anima ciò che è bramosa di apprendere. E questo, nel caso di Irina Ganiceva, è più vero che mai. essendo lei nata e vissuta a lungo appena sotto il Circolo Polare Artico.

La prima cosa che le ho chiesto quando l’ho intervistata per il presente scritto è stata se nella sua terra lo sciamanesimo è ancora diffuso. Lei mi ha parlato di popoli nomadi che per vivere allevano renne e pescano nei fiumi e nel Mare di Barents, quando l’andamento stagionale lo consente, cioè non sempre, visto che la massima temperatura dell’acqua, in agosto, è di 14-15 °C e negli inverni più rigidi il mare gela completamente. Data la situazione, è piuttosto comprensibile che Irina, parlando del posto dove è nata, lo descriva come terra di sciamani, di natura selvaggia, di petrolio e di metano, carbone e oro. di orsi, lupi e aquile. Da casa sua, nelle giornate giuste, si vedono in lontananza gli Urali.
Sapendolo c’è da stupirsi se ad Irina, quando è venuta a stabilirsi in un piccolo paese tra le province di Trieste, Gorizia e Udine, sono occorsi anni per ambientarsi? Ancora meno ci si stupirà scoprendo che ha compiuto i suoi studi parte ad Arcangelo parte a San Pietroburgo e che ha lavorato in Manciuria, a Vladivostok, nell’isola Sachalin (sul Mar )del Giappone: in quei paraggi ha incontrato terremoti, tifoni e persone e culture di ogni genere. Un giorno, passeggiando nei boschi, ha avuto la sorte di incontrare anche… una tigre. Poi è Iniziato l’avvicinamento all’Occidente, passando per l’Ucraina. Quindi l’Italia, nel ’90.

Sarà stato un caso oppure il destino, ma da questo punto in poi il percorso di Ganiceva comincia sempre più a interiorizzarsi, prendendo decisamente la direzione dell’arte (danza, musica, disegno). In contemporanea, un disperato bisogno di leggere, che con ogni probabilità fa pendant con l’esigenza di spiritualità che l’ha spinta ad approfondire, tra l’altro, il Buddhismo e a ritrovare il Cristianesimo Ortodosso. Infine, last but not least, arriva il “desiderio prepotente” – cosi lei lo definisce – di dipingere, i primi anni seguendo svariate rotte, sempre alla ricerca di qualcosa di proprio, di identitario. Infine, dopo una lunga pausa (spesso sostare è Indispensabile per chi vuole crescere in fretta) il suo nuovo stile che riesce ad essere, pur nella corposa matericità, insostenibilmente leggero e vibrante. E’ lo stile di una artista che sente e vede.

Quando ho chiesto a Irina Ganiceva, ovviamente per una mia curiosità personale, qualche notizia sui rapporti di genere in Russia, mi ha risposto con un proverbio che mi ha colpito per la sua profondità: “Le donne amano con le orecchie, gli uomini con gli occhi’. Ebbene, Irina dipinge (ama) da donna: sa stare in ascolto delle grida e dei silenzi dì animali, persone, cose. Ma dentro di lei c’è anche l’uomo che vede e guarda, osserva, registra. In questo modo si compie la sintesi, la meta più alta per l’anima di ogni artista autentico. — Chiara Santagada

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